
Intervista 04

INTERVISTA
Intervistatore:
Sebastiank ti lascio lo spazio per un monologo intenso e poetico basato sull'opera "Lo Zoo di Gino" (Opera n. 14 di Sebastiank), che racchiuda sia la tua poetica sia la riflessione critica che la accompagna.
Sebastiank:
C'era un tempo in cui le parole avevano la forza dei miracoli. Avete presente quell'età in cui bastava desiderare una cosa per sentirla già tua? Un periodo strano della giovinezza, segnato da una magnifica, folle vanagloria. Una megalomania pura, in cui ti siedi al tavolo di un bar e pensi davvero di poter conquistare il mondo. In quei giorni... ti credi Dio. Poi cresci un po', il tempo ridimensiona le cose, e ti accontenti di essere Gesù. Finché, un giorno ti svegli, ti guardi allo specchio... e capisci che sei semplicemente Adamo. Solo un uomo. Senza ghirigori, senza guscio. Sotto il vestito, niente. Ma che bei momenti. Che bell'illusione. Noi ci chiamavamo tutti Gino. Non c'era un solo Gino, eravamo una moltitudine. C'era Gino il Grande, Gino il Piccolo, Gino il Furbo... E poi c'eravamo noi, con i nostri sogni da giganti e i soprannomi presi al bancone: Gino Proboscide, Gino Stallone, Gino Giraffone, Gino Uccellone, e persino Gino Biscione che strisciava nell'ombra. Ognuno di noi era un pezzo di una storia, un'identità plurale, uno zoo di possibilità e di ambizioni. (Si avvicina al mosaico e accarezza con le dita le singole tessere) Non so spiegarvi bene il motivo... Forse era solo perché sognavamo troppo in grande. E allora ho preso quelle tessere di mosaico. Ho preso quell'elefante, quella giraffa dal collo infinito, quel cavallo pronto a scattare, l'uccello in volo e il serpente che serpeggia in basso. Ho preso le nostre spacconate da bar e le ho collegate una ad una. Qualcuno potrebbe dire che è un'arte semplice, quasi infantile, senza le regole accademiche dei grandi maestri. Qualcuno ci vedrà solo dell'ironia. Ma non serve scalare i cieli per trovare il Sublime. Non serve la perfezione del marmo o l'angoscia divina. Il vero Sublime dell'essere umano sta qui: nel coraggio e nella fragilità dei sogni di un gruppo di amici. Sta nella scintilla di nobile follia che ci faceva sentire immortali davanti a un caffè o a un bicchiere di vino. Questo non è solo un mosaico. È uno zoo di ricordi. È la dimostrazione che anche se alla fine siamo solo uomini, per un istante, insieme... siamo stati dei giganti. Mi ricordo del mio"zoo di Gino", e dei sogni condivisi con gli amici, mentre leggo l'opera.Tutti gli amici del gruppo condividevano il soprannome "Gino". Il nome diventa un archetipo collettivo, un contenitore di alter ego dove le sfaccettature caratteriali venivano tradotte in soprannomi animaleschi (Proboscide, Stallone, Giraffone, Biscione, Uccellone). Il mosaico è dunque la traduzione visiva di questo "bestiario simbolico" dell'amicizia.
Critico: Grazie Sebastiank, ripartiamo con l'intervista ,osservando "Lo Zoo di Gino" la prima cosa che salta all'occhio è l'unione tra una forma visiva molto semplice, quasi da mosaico d'altri tempi, e un concetto filosofico profondo. Da dove nasce l'idea di chiamare tutti questi animali "Gino"?
Sebastiank: (Sorride)
Nasce da un tavolo da bar e da un'epoca della vita in cui ci si sentiva invincibili. Da giovani avevamo questa strana abitudine: ci chiamavamo tutti "Gino". Non c'era un motivo preciso, se non quello di condividere un'identità e sognare in grande. Poi ognuno prendeva una sua sfaccettatura: c'era chi era Gino Proboscide, chi Gino Stallone, chi Gino Giraffone o Biscione. Nell'opera ho voluto dare una traduzione visiva a questa comitiva, trasformando i nostri soprannomi da bar in un bestiario simbolico.
Critico:
Nel testo che accompagna l'opera scrivi una frase molto forte: "Momenti in cui ti credi Dio, poi ti accontenti di essere Gesù e ti accorgi che sei solo Adamo". È una parabola sul disincanto?
Sebastiank:
Più che sul disincanto, sulla consapevolezza. Quando sei ragazzo vivi nella "sopravvalutazione della potenza dei desideri". Credi davvero che le tue parole abbiano un potere quasi magico, taumaturgico. Ti senti al centro dell'universo, un Dio. Poi crescendo capisci che sotto il vestito non c'è nessuna divinità: sei solo un uomo, nudo di illusioni come Adamo. Ma non è una tragedia, è l'inizio della vera umanità.
Critico:
La critica definisce il tuo stile come un "falso ingenuo". Usi il mosaico e la stilizzazione quasi Naïf per parlare di temi complessi. Cos'è per te l'Arte Stitica?
Sebastiank:
L'Arte Stitica è un diario di liberazione espressiva. Non mi interessa la perfezione tecnica del realismo accademico o la pomposità della cultura "alta". Il mosaico, con la sua composizione rigida e fatta di piccole tessere, mi permette di trattenere il ricordo e poi liberarlo in una forma chiara e diretta. È un modo per abbattere le gerarchie: un discorso da bar diventa un'opera d'arte con la propria dignità.
Critico:
Come Anonimo del Sublime ho scritto che quest'opera "democratizza il sacro", perché dimostra che non serve scalare vette inaccessibili per trovare la grandezza. Sei d'accordo?
Sebastiank:
Assolutamente sì. La vera grandezza non sta nell'elefante o nella giraffa in sé. Sta nella scintilla di nobile follia che avevamo noi ragazzi attorno a quel tavolo. Il Sublime non sta nei cieli dipinti dai grandi maestri del passato, ma nella fragilità e nella forza dei sogni condivisi con gli amici di una vita.
Critico:
cosa vorresti che provasse chi si ferma a guardare "Lo Zoo di Gino"?
Sebastiank:
Vorrei che ognuno ritrovasse, anche solo per un secondo, il proprio "Zoo". Che si ricordasse dei propri amici, dei soprannomi assurdi e di quel periodo fantastico in cui ci si credeva immortali.
Critico:
Sebastiank, un'opera d'arte vive davvero solo quando incontra lo sguardo degli altri. Come reagisce il pubblico di fronte a "Lo Zoo di Gino" quando la vede per la prima volta?
Sebastiank:
La prima reazione è quasi sempre un sorriso spontaneo, immediato. Le persone vedono i colori vivaci, il mosaico, le forme stilizzate dell'elefante, della giraffa e degli altri animali, e si avvicinano con un'attitudine leggera. Ma è un'illusione: l'opera è un "falso ingenuo". Man mano che leggono il testo e ne colgogno il significato, il sorriso si trasforma in una riflessione più profonda e intima.
Critico:
Pensi che il pubblico si riveda nella storia di "Gino" e della sua comitiva, o la percepisca soltanto come una tua storia autobiografica?
Sebastiank:
Questa è la magia dell'opera. All'inizio vedono la mia storia e i miei amici, ma subito dopo la traduzione visiva trasforma quel ricordo in un archetipo universale. "Gino" smette di essere un individuo singolo e diventa chiunque abbia mai condiviso un sogno o un soprannome al bar. Il pubblico non guarda solo il mio zoo: comincia a ricordare il proprio zoo, la propria giovinezza e i propri amici. 11.
Critico:
C'è chi potrebbe soffermarsi solo sulla semplicità del mosaico e chi invece ne coglie la dimensione concettuale. Non temi che parte del pubblico possa fermarsi alla superficie?
Sebastiank:
No, perché fa parte del gioco dell'Arte Stitica. La semplicità materica e la composizione immediata sono la porta d'ingresso per tutti, distruggendo la distanza tra spettatore e opera. Chi vuole fermarsi all'impatto visivo trova un racconto colorato e vivace; chi decide di scavare scopre la riflessione sull'identità plurale, sulla caduta delle illusioni e sul Sublime dell'umano. Ognuno prende ciò di cui ha bisogno.
Critico:
Qual è la frase o il commento di uno spettatore che ti ha colpito di più finora?
Sebastiank:
Un giorno una persona si è avvicinata, ha guardato a lungo il tessere del mosaico e poi mi ha detto: "Grazie, perché anch'io ho avuto un periodo in cui mi credevo Dio al bar con i miei amici, e oggi mi sono ricordato di quanto fosse bello". Ecco, in quel momento ho capito che l'opera aveva fatto il suo dovere: democratizzare il sacro e rendere eterna la memoria di un legame umano.